Salpare dal porto dell'Avana a bordo della Jackdaw, con la ciurma che intona una shanty mentre il sole tramonta sull'oceano, restituisce immediatamente quella magia unica che tredici anni fa consacrò l'avventura di Edward Kenway. Con questo Resynced, Ubisoft ci ripropone uno dei capitoli più amati e anarchici della saga, tirato a lucido per la nuova generazione grazie all'Anvil Engine. Abbiamo passato decine di ore tra le acque dei Caraibi su PlayStation 5 per capire se questa operazione sia un semplice tributo nostalgico o il vero nuovo punto di partenza di cui il franchise aveva bisogno.

L'impatto visivo e le insidie del tempo

Sul fronte puramente tecnico ed estetico, il lavoro svolto da Ubisoft Singapore è immediatamente evidente. Bastano pochi minuti trascorsi al timone della Jackdaw per rendersi conto di quanto la ricostruzione dei Caraibi rappresenti qualcosa di più ambizioso di una semplice operazione di aumento della risoluzione. Grazie all’ultima versione dell’Anvil Engine, l’oceano acquista una presenza scenica completamente differente: la superficie dell’acqua reagisce alle condizioni atmosferiche, le onde accompagnano il movimento delle imbarcazioni e i riflessi della luce trasformano continuamente il paesaggio durante il passaggio dal giorno alla notte. Navigare verso un’isola mentre un temporale si addensa all’orizzonte oppure osservare il sole filtrare attraverso la vegetazione tropicale restituisce ancora oggi quella sensazione di avventura che rappresentava uno dei maggiori punti di forza dell’originale. Anche sulla terraferma il salto generazionale è notevole. La vegetazione appare molto più fitta, gli insediamenti sono arricchiti da una quantità superiore di dettagli e l’illuminazione riesce finalmente a valorizzare tanto gli spazi aperti quanto le zone più dense delle città. L’Avana, Nassau e le numerose isole disseminate sulla mappa mantengono l’identità visiva che ricordavamo, ma acquistano una credibilità completamente diversa. Particolarmente riuscita è la continuità dell’esplorazione: poter passare dalla navigazione all’avvicinamento verso un porto e proseguire l’avventura senza essere continuamente interrotti contribuisce enormemente alla sensazione di trovarsi all’interno di un unico grande mondo. È probabilmente in mare aperto che il rifacimento raggiunge i suoi risultati migliori. La Jackdaw taglia le onde mentre la ciurma lavora sul ponte e intona i propri canti, altre imbarcazioni compaiono all’orizzonte e una tranquilla traversata può rapidamente trasformarsi in uno scontro navale. È un insieme di elementi che già funzionava magnificamente nel 2013 e che il nuovo comparto tecnico riesce finalmente a rappresentare con una spettacolarità adeguata agli standard contemporanei. La modernizzazione visiva produce però anche uno strano effetto collaterale: più l’aspetto esteriore appare moderno, più alcuni elementi rimasti legati alla struttura originale risultano evidenti. Determinate animazioni, il ritmo di alcune missioni e soprattutto certe soluzioni narrative appartengono chiaramente a un’altra fase della serie. Anche la scrittura mostra occasionalmente il peso degli anni. L’incipit fatica ancora a trovare immediatamente il proprio ritmo e alcuni rapporti tra i personaggi vengono sviluppati con una semplicità che contrasta con la maggiore complessità narrativa raggiunta nel frattempo da molte produzioni contemporanee. Non significa che la storia di Edward abbia perso il proprio fascino. Il suo viaggio da pirata interessato principalmente alla ricchezza a personaggio coinvolto in qualcosa di molto più grande conserva momenti estremamente riusciti e il cast di figure storiche continua a esercitare un’innegabile attrazione. È piuttosto la sensazione di trovarsi davanti a due epoche differenti sovrapposte: un mondo ricostruito con tecnologie moderne che continua, sotto la superficie, a seguire ritmi e convenzioni progettuali nate più di un decennio fa.

Il nuovo Anvil restituisce ai Caraibi una spettacolarità impressionante, soprattutto nella resa dell'oceano, dell'illuminazione e della vegetazione tropicale.

Un gameplay ammodernato ma conservatore

Pad alla mano, Resynced cerca di intervenire proprio sugli aspetti dell’originale che maggiormente denunciavano il passare del tempo, scegliendo però quasi sempre la strada della rifinitura anziché quella della rivoluzione. Il sistema di combattimento risponde meglio agli input e restituisce una maggiore fluidità nelle transizioni tra attacchi, parate ed esecuzioni. Edward continua a essere un combattente estremamente efficace e affrontare contemporaneamente gruppi numerosi di soldati conserva quella spettacolarità cinematografica che caratterizzava l’originale. Il problema è che dietro animazioni più convincenti e una risposta ai comandi sensibilmente migliorata rimane una struttura estremamente permissiva. Una volta assimilato il ritmo delle parate, è possibile concatenare eliminazioni con relativa facilità e trasformare molti scontri in sequenze spettacolari ma scarsamente impegnative. L’arrivo di rinforzi o la presenza di avversari differenti costringono occasionalmente a modificare l’approccio, ma raramente abbiamo avuto la sensazione di essere realmente messi alle strette. È una scelta che preserva l’immediatezza dell’originale, ma che rende evidente quanto un intervento più profondo sull’intelligenza artificiale e sul comportamento dei nemici avrebbe potuto giovare all’esperienza. Più interessanti risultano alcune modifiche dedicate alla componente furtiva. La possibilità di accovacciarsi liberamente sembra quasi una banalità osservata con gli occhi del 2026, ma cambia sensibilmente il modo di affrontare gli avamposti. Non essere più vincolati esclusivamente a cespugli e ripari prestabiliti restituisce maggiore controllo al giocatore e rende più naturale pianificare un avvicinamento silenzioso. Anche le vecchie missioni di pedinamento risultano meno punitive: perdere temporaneamente il bersaglio non significa necessariamente essere costretti a ripetere immediatamente l’intera sequenza. Sono interventi benvenuti, ma anche in questo caso il remake sembra fermarsi un passo prima di una vera reinterpretazione. Le guardie continuano a mostrare routine facilmente leggibili e sfruttabili, soprattutto negli spazi ricchi di vegetazione. Attirare un nemico verso un nascondiglio, eliminarlo e ripetere la stessa procedura con il successivo rimane spesso una strategia sorprendentemente efficace. Dopo qualche ora diventa difficile non desiderare reazioni più coordinate, ricerche maggiormente insistenti e una migliore capacità degli avversari di adattarsi alla progressiva scomparsa dei propri compagni. Anche il parkour beneficia della maggiore fluidità generale senza riuscire a liberarsi completamente delle proprie vecchie idiosincrasie. Attraversare velocemente i tetti di una città, saltare tra le strutture di una nave e lanciarsi verso il mare conserva un grande fascino, ma Edward non sempre interpreta le nostre intenzioni nel modo desiderato. Una sporgenza agganciata involontariamente o un salto effettuato nella direzione sbagliata possono ancora spezzare il ritmo, e durante le situazioni più concitate capita di ritrovarsi dove non avevamo alcuna intenzione di andare. Resynced migliora quindi quasi ogni componente dell’esperienza originale, ma raramente prova a ridefinirla. È contemporaneamente uno dei suoi maggiori pregi e il limite più evidente: chi desiderava tornare a giocare Black Flag troverà esattamente ciò che ricordava, soltanto più fluido e piacevole; chi sperava che Ubisoft utilizzasse il remake per reinventare profondamente il sistema di combattimento, stealth e movimento potrebbe invece rimanere parzialmente deluso.

Combattimento e furtività sono stati resi più fluidi e permissivi, pur conservando una struttura che tradisce ancora chiaramente le proprie origini.

L'addio al presente e la formula delle liste di controllo

La modifica concettualmente più significativa riguarda il modo in cui Resynced gestisce tutto ciò che circonda l’avventura piratesca vera e propria. L’eliminazione delle vecchie sequenze ambientate negli uffici Abstergo modifica il ritmo della campagna, eliminando quelle interruzioni che costringevano periodicamente ad abbandonare Edward e i Caraibi. Al loro posto, il collegamento con la cornice contemporanea della saga viene affidato all’Animus Hub, una soluzione molto meno invasiva che permette all’avventura di mantenere maggiormente il proprio slancio. È facile comprendere le ragioni della scelta. Già all’epoca le sezioni contemporanee dividevano il pubblico e interrompere una battaglia navale o una lunga esplorazione per tornare improvvisamente negli uffici Abstergo poteva risultare frustrante. Senza queste parentesi, Resynced assume una struttura più compatta e focalizzata sulla vita di Edward. Il problema è che viene inevitabilmente perduta anche una parte di quella strana identità metanarrativa che per anni aveva caratterizzato Assassin’s Creed. Il remake preferisce quindi eliminare un elemento controverso piuttosto che provare a reinterpretarlo, confermando ancora una volta la filosofia estremamente prudente dell’intera operazione. Liberato da queste interruzioni, il cuore dell’esperienza rimane l’enorme sandbox caraibica. E sotto questo aspetto Black Flag continua ad avere pochissimi rivali all’interno della stessa saga. Possiamo salpare verso una destinazione legata alla missione principale e finire invece per deviare dalla rotta perché abbiamo avvistato una nave interessante, una piccola isola oppure un’attività secondaria. Le fortezze costiere invitano a preparare assalti navali, le mappe del tesoro trasformano porzioni dello scenario in piccoli enigmi geografici e le attività dedicate alla ciurma alimentano continuamente la fantasia di vivere come capitano di una nave pirata. È anche qui, tuttavia, che riaffiora una filosofia di open world appartenente chiaramente alla Ubisoft di quegli anni. La mappa tende progressivamente a riempirsi di simboli e attività da completare, e la tentazione di trasformare l’esplorazione in una successione di caselle da spuntare è sempre presente. Alcuni contenuti mantengono intatto il proprio fascino, mentre altri mostrano una struttura ripetitiva che il rifacimento avrebbe potuto sfruttare l’occasione per rivedere più profondamente. Liberare una zona, raccogliere oggetti e completare una serie di attività standardizzate può diventare meccanico quando si decide di affrontare la mappa con spirito completista. Fortunatamente il mare riesce spesso a spezzare questa routine. È sufficiente lasciare la costa perché l’esperienza recuperi immediatamente una parte della propria imprevedibilità. Individuare le vele di un’imbarcazione all’orizzonte, decidere se inseguirla, preparare i cannoni e manovrare la Jackdaw per evitare il fuoco nemico continua a essere straordinariamente coinvolgente. Le battaglie navali rappresentano ancora il punto nel quale tutte le anime di Black Flag sembrano incontrarsi: esplorazione, combattimento, progressione e fantasia piratesca convergono in un sistema immediato ma capace di produrre continuamente piccoli racconti emergenti. Ed è probabilmente questa la ragione per cui Resynced funziona nonostante la propria evidente prudenza. Ubisoft Singapore non ha trasformato Black Flag nel nuovo modello per il futuro di Assassin’s Creed e, in molti casi, sembra aver deliberatamente evitato di provarci. Ha invece recuperato uno dei capitoli più amati della serie, ne ha restaurato gli elementi migliori e ha attenuato alcune delle asperità più evidenti senza modificarne l’identità. Il risultato è una maestosa operazione nostalgica, tecnicamente spettacolare e ancora estremamente piacevole da giocare, ma incapace di nascondere completamente l’età del progetto che si trova sotto la nuova veste. Resynced traccia magnificamente rotte che conoscevamo già, senza avere il coraggio di avventurarsi davvero in acque inesplorate. Per chi desiderava tornare sulla Jackdaw, potrebbe essere più che sufficiente; come indicazione della futura direzione della saga, invece, lascia ancora parecchie domande senza risposta.

Le battaglie navali rimangono uno dei momenti più riusciti dell'esperienza, capaci ancora oggi di trasformare ogni viaggio nei Caraibi in una piccola avventura.
Jackdaw in navigazione nei Caraibi